ott 7, 2011 - Varie    No Comments

Il ri-tratto di Charles Monroe Schulz

C’è un momento, un istante, carico di mistero che si interpone tra noi, il foglio bianco e la penna, secondi che precedono materialmente l’atto creativo che rende quel foglio prodotto di un’ espressione artistica e quell’inchiostro l’anima della creazione. Dal nulla nasce un’emozione, un’immagine uno scritto…Lo stesso discorso potrebbe in parte essere riferito anche alla musica, sebbene lo strumento è di per se un mezzo già definito nelle sue fattezze e sembra sottrarre, anche se solo apparentemente, spazio allo stupore e all’imprevedibilità che invece si cela davanti ad un intero foglio bianco. In ogni caso il potere creativo è disarmante, pervasivo capace di smuovere più emozioni e sensazioni contemporaneamente; di attraversarci con la rapidità di un lampo o accompagnarci in alcuni momenti della vita , di essere riconosciuta oppure manifesta a pochi e per i più fortunati e talentuosi il frutto della loro creazione può  durare per lungo tempo sopravvivendo a loro stessi. Quando penso alla penna di un uomo geniale che ha saputo realizzare tutto questo dando voce e forma ad un foglio di carta con raffinata ironia, semplicità ed eleganza nel tratto penso a Charles Monroe Schulz.



Charles Monroe Schulz nasce a St.Paul, nel Middle West, il 26 novembre 1922.
Il padre, Carl, è barbiere (come lo è  il papà di Charlie Brown) ed è figlio di emigranti tedeschi che di mestiere fanno gli agricoltori, la madre, Dena, è di origine scandinava. Charles vive il periodo dell’infanzia e della giovinezza durante la Grande Depressione, abituandosi a vedere il padre lavorare anche fuori orario pur di non perdere la sua attività. Il fumetto sembra da subito far parte della sua esistenza, fin da piccolo suo zio gli darà il soprannome di “Sparky”, abbreviazione di Spurkplug, il cavallo di “Barney Google”, fumetto allora popolarissimo, del resto  il padre ha una predilezione per i fumetti che trasmette al piccolo Charles. A scuola il giovane Schulz si distingue da subito per le sue doti artistiche, era così abile nel disegno tanto da indurre gli insegnanti ad incoraggiarlo in questa sua inclinazione. Essendo un bambino particolarmente intelligente, alle elementari Charles salta due classi trovandosi ad essere il più piccolo della classe, il che lo rese timido e impacciato, caratteristiche del personaggio Charlie Brown. All’età di tredici anni, i suoi genitori gli regalarono un cane bianco e nero di nome Spike, buffo e intelligente, il modello di quello che più tardi sarà Snoopy (uno Spike, brachetto apparirà nei Peanuts impersonando il fratello di Snoopy).

Un’altra analogia della vita del disegnatore riportata nella sua creazione è il nome Charlie Brown, infatti alle scuole superiori Charles strinse amicizia con un ragazzo di nome Charlie Brown, nome  utilizzato nell’invenzione della figura dell’omonimo bambino sebbene i tratti della personalità di questa creazione siano ispirati alla vita e alla sensibilità di Schulz che a proposito di Charlie Brown diceva: “ Charlie Brown avrebbe dovuto rappresentare quello che viene chiamato l’uomo della strada. Quando ero piccolo, ero convinto che i miei lineamenti fossero tanto impersonali che la gente non mi avrebbe riconosciuto se mi avesse visto in un posto diverso da quelli soliti”

La madre consapevole della predisposizione per il disegno, durante l’ultimo anno di liceo lo iscrive ad una scuola di disegno per corrispondenza pagando una retta di 170 dollari, fu un’ ottima possibilità per il giovane sebbene la spesa gravasse sulle finanze famigliari. Di li a poco tempo Dena dopo una lunga e dolorosa malattia muore e Charles riceve la chiamata alle armi. Nel 1943 in piena II guerra mondiale Schulz viene trasferito in Francia poi in Germania e Austria, dove solo 1945 verrà collocato  in prima linea quando ormai l’esercito tedesco è allo sbando. La guerra, la lontananza dalla sua famiglia e la perdita della madre causano nel giovane uno stato di depressione, ansia e frustrazione che lo perseguiteranno  in diversi momenti per tutta la sua vita. Le doti artistiche di Schulz vengono  molto apprezzate dai suoi commilitoni tanto che moltissimi gli chiesero di “abbellire”, con i suoi disegni,  le lettere destinate ai propri familiari (una curiosa analogia con Walt Disney che durante la prima guerra mondiale decorava le ambulanze militari con piccole illustrazioni).

Lasciato l’esercito, in veste di  sergente ritorna in patria  trova un lavoro presso la rivista cattolica a fumetti “Timeless Topix” e contemporaneamente comincia a lavorare come istruttore nella scuola di corrispondenza che ha frequentato. È in questo periodo che si innamora di Donna Wold, la ragazza dai capelli rossi, un amore non corrisposto, sarà lei che poi ispirerà le sue strisce e quel singolare personaggio fuori campo che è la bambina dai capelli rossi, eterna innamorata di Charlie Brown. Il 7 dicembre 1947 debutta sulla carta stampata e precisamente nel “St.Paul Pioneer Press” con una serie di vignette chiamata “Li’l Folks” i cui protagonisti  possono definirsi come i fratelli maggiori di Charlie Brown , infatti fu in queste strisce che apparve per la prima volta Charlie Brown, così come un cane somigliante a Snoopy.

La striscia viene pubblicata solo  la domenica nella sezione per le donne, quando Charles chiede la pubblicazione dei suoi fumetti quotidianamente in una sezione aperta a tutti, viene rifiutato e interrompe le sue produzioni. Nel 1950 però  la pubblicazione Li’l Folks suscita l’interesse di Jim Freeman della United Feature Syndicate. Viene chiesto a Schulz di cambiare il nome della striscia perché troppo somigliante con i titoli di altre due famosi fumetti  come “Li’l Abner” e “Little Folks”.  Il nome “Peanuts” (“noccioline” in inglese ma nello slang americano di allora anche “piccole persone”, “piccoli personaggi”…) venne dato dall’UFS e Schulz non lo apprezzò mai: “Peanuts è il peggior titolo pensato per una striscia. E’ assolutamente ridicolo, non significa nulla!…crea solo confusione e non ha alcuna dignità e io ritengo che il mio humor ne abbia” diceva il  giovane fumettista. Nonostante ciò  i Peanuts debuttano ufficialmente il 2 ottobre 1950, data in cui la prima striscia uscì su sette quotidiani americani e via via in varie pubblicazioni in tutto il mondo, tradotte in 26 lingue e pubblicate in 75 nazioni, ininterrottamente per quasi 50 anni.
In pochi anni, divennero il fumetto più popolare del globo.

Ma chi sono i “Peanuts”?  I Peanuts sono un cane, un uccellino e un gruppo di bambini, che hanno un’età compresa tra i tre e gli otto anni, i quali pensano, riflettono e parlano come adulti colti e raffinati interrogandosi sul mondo, sulla piccole faccende quotidiane, sull’amore e l’amicizia; senza trascurare e far scomparire le attività e i passatempi dei bambini: i giochi, l’aquilone, il baseball, la scuola. i compiti, il cinema, la televisione e i piccoli lavori di casa. Tuttavia, i dubbi che affliggono queste personcine sono come quelli dei grandi: è l’ingenuità, la spontaneità delle loro considerazioni li rende così struggenti, poetici e  ricchi di significati. Il mondo dei Peanuts è un mondo senza adulti, dove i protagonisti assoluti sono i bambini, e dove i loro genitori e insegnanti non compaiono mai, i bambini sanno che ci sono interagiscono con loro, ma non si legge mai la loro risposta e ne si vede la loro presenza, che si intuisce da come si comportano i giovani protagonisti. Il gruppo è composto da Charlie Brown e il suo cane Snoopy il fulcro di questo universo attorno a loro il piccolo Woodstock, il filosofico Linus, la nevrotica Lucy, la più giovane e sprovveduta Sally, il maschiaccio Piperita Patty e le riflessioni della sua amica e devota Marcie il musicista Schroeder e tutti gli altri bambini ognuno con precise caratteristiche ed il proprio originale modo di guardare e vivere la vita, il loro mondo è lo  specchio di un mondo quello degli adulti interpretato dalla sensibilità acuta e innocente di un gruppo di bambini.

Cito a tal proposito Michele Serra:

“I Peanuts hanno conquistato il mondo grazie all’universalità dell’infanzia, la divina età, insieme fragile e megalomane, in cui l’uomo non ha mai secondi fini, essendo troppo urgente il primo: quello di esistere e di essere felici”

Nel 1951 Charles sposa Joyce Halverson da cui avrà cinque figli. Riceve numerose onorificenze, nel 1955 vince il Reuben Award, premio che la National Cartoonist  Society assegna al vignettista dell’anno che Schulz vincerà nuovamente nel 1964.

Nel 1958 si trasferisce definitivamente in California vicino a San Francisco dove acquista un ranch, ma successivamente si stabilirà più a nord nel complesso che si è fatto costruire dedicato agli sport nordici e invernali il “Redwood Empire Ice Arena”. Dal 1965 in poi il fumetto dei Peanuts ottiene un successo così grande da meritare la prima copertina sul “Time”, l’anno dopo il padre di Schulz muore mentre stava andando a trovarlo.

I nomi e i personaggi con le loro peculiarità e i loro tratti distintivi entrano a far parte della cultura degli anni 60, una rock band di san Francisco si darà il nome di Sopwith Camel, l’immaginario aereo pilotato da Snoopy; i soldati americani si fanno stampare sull’elmetto un piccolo Snoopy e gli astronauti dell’Apollo 10 nel 1969 durante la prima circumnavigazione attorno alla luna battezzano i loro moduli “Charlie Brown” e “Snoopy”. Uno speciale della CBS sui Peanuts, “A Charlie Brown Christmas”, vince l’Emmy televisivo, lo speciale ottiene  il 45% di share nell’audience nazionale, consacrando la notorietà e popolarità dell’autore sconfessando i pronostici dei critici che lo avevano decretato un flop per la scelta di utilizzare doppiatori bambini, per l’utilizzo di musica jazz  a tratti melanconica come sottofondo e per la breve durata del cartone di appena mezz’ora.

Nel 1972 Charles divorzia dalla moglie Joyce, e sposa nel 1974 Jeannie Forsyth con cui ha trascorso  il resto della sua vita. Il successo di Shulz e dei suoi personaggi, aumenta nel tempo così come i riconoscimenti, nel ’90 in occasione del 40 anniversario della nascita dei Peanuts, il governo francese nomina Charles Schulz Cavaliere delle Arti e delle Lettere.

Nel ’99, dopo un ricovero all’ospedale, per un ictus, a Schulz viene diagnosticano un cancro al colon e la chemioterapia lo debilita fortemente, tanto da indurlo al ritiro con un annuncio fatto il 14 dicembre 1999. L’ultima strip quotidiana viene pubblicata dai giornali il 3 gennaio 2000, un vero e proprio addio, affidato alla macchina da scrivere di Snoopy.

« Cari amici, ho avuto la fortuna di disegnare Charlie Brown e i suoi amici per quasi cinquant’anni. È stata la realizzazione del sogno che avevo fin da bambino. Purtroppo, però, ora non sono più in grado di mantenere il ritmo di lavoro richiesto da una striscia quotidiana. La mia famiglia non desidera che i Peanuts siano disegnati da qualcun altro, quindi annuncio il mio ritiro dall’attività.

Sono grato per la lealtà dei miei collaboratori e per la meravigliosa amicizia e l’affetto espressi dai lettori della mia “striscia” in tutti questi anni. Charlie Brown, Snoopy, Linus, Lucy… non potrò mai dimenticarli…

Charles Schulz »

In una celebre intervista Charles aveva detto: “Perché i musicisti compongono sinfonie e i poeti scrivono poesie? Lo fanno perché per loro la vita non avrebbe alcun significato se non lo facessero. Questo é il motivo per cui disegno i miei fumetti: é la mia vita”. E lo dimostra il fatto che una clausola nel suo contratto prevede che i personaggi muoiano con il loro creatore. Infatti, fin dagli esordi, egli ripeteva: “Quando non potrò più disegnare, non voglio che nessuno prenda il mio posto. Charlie Brown, Snoopy, Linus, Lucy e gli altri miei personaggi usciranno di scena con me”.

E così é stato.

Charles Schulz  muore il sabato del 12 febbraio a Santa Rosa in California a causa di un attacco cardiaco in una sera per usare le parole di Snoopy “buia e tempestosa”. Il quotidiano londinese The Times lo ha ricordato, il 14 febbraio 2000, con un necrologio che terminava con la seguente frase:

“Charles Schulz leaves a wife, two sons, three daughters, and a little round- headed boy with an extraordinary pet dog”. (Charles Schulz lascia una moglie, due figli, tre figlie e un piccolo bambino dalla testa rotonda con uno straordinario cane).

Dal 17 agosto 2002 il museo a lui dedicato a Santa Rosa è aperto al pubblico. « Sarebbe impossibile trovare tre o due o anche una sola influenza diretta sullo stile personale di Schulz. L’unicità dei Peanuts lo ha allontanato per anni… Quella qualità unica permea ogni aspetto della striscia a si estende molto chiaramente anche al disegno. È genuinamente suo senza chiari precursori e nessun imitatore successivo. » (tratto da Good Grief: The Story of Charles M. Schulz)

Ma l’importanza dei  Peanut, oltre alla loro acclamazione come fumetto ottenuta a furor di popolo, è dovuta anche alla genialità e alle innovazioni portate da Schulz con le sue creazioni, il suo disegno è pressoché unico non solo per l’epoca ma nell’intera storia di questo genere artistico, il suo tratto semplice ed essenziale, l’espressività dei protagonisti accentuata anche dalla loro faccia molto più grande rispetto al corpo, l’aspetto corale, la capacità di sintesi, episodi brevi ed autoconclusivi, l’abile e velata critica sociale la sottile commozione, l’autoironia e  l’umanità di queste personcine realizzate con l’inchiostro di una penna ma partorite dalla mente di un uomo geniale,  che le ha rese vive donandogli parte del suo cuore intelletto e anima . I Peanut  hanno influenzato le creazioni successive il modo stesso di concepire e realizzare il fumetto. Eppure Schulz non ha avuto mai la pretesa di insegnare o di essere una guida:

“Io non conosco il significato della vita, non so perché siamo qui. Penso che la vita sia piena di ansie, paure e lacrime. C’è tanto dolore in giro e crudeltà. E io non voglio assolutamente essere colui che spiega agli altri cos’è la vita che a me si propone come un vero  e proprio mistero.”


Vorrei concludere questo articolo e ricordare la persona di  Schulze i suoi sublimi lavori attraverso parte della prefazione scritta dal maestro Umberto Eco nel libro “Arriva Charlie Brown” edito da Milano Libri nel 1963

“Non beve, non fuma, non bestemmia. È nato nel 1922 nel Minnesota. Vive modestamente ed è “lay preacher” in una setta detta la Chiesa di Dio; è sposato e ha, credo, quattro bambini. Gioca a golf e a bridge e ascolta musica classica. Lavora da solo. Non ha nevrosi di alcun genere. Quest’uomo dalla vita cosi sciaguratamente normale si chiama Charles M. Schulz. È un Poeta.

Quando dico “Poeta” lo dico per fare arrabbiare qualcuno. Gli umanisti di professione, che non leggono i fumetti; e coloro che accusano di snobismo gli intellettuali che fingerebbero di amare i fumetti. Ma sia bene inteso: se “poesia” vuole dire capacità di portare tenerezza, pietà, cattiveria a momenti di estrema trasparenza, come se vi passasse attraverso una luce e non si sapesse più di che pasta sian fatte le cose, allora Schulz è un poeta. Se poesia è individuare caratteri tipici in circostanze tipiche, Schulz è un poeta. Se poesia è far scaturire da eventi di ogni giorno, che siamo abituati a identificare con la superficie delle cose, una rivelazione che delle cose ci faccia toccare il fondo, allora, una volta ogni tanto, Schulz è poeta. E se poesia fosse soltanto trovare un ritmo privilegiato e su di quello improvvisare in una avventura ininterrotta di variazioni infinitesime, così che dall’incontro altrimenti meccanico di due o tre elementi possa scaturire un universo sempre nuovo, cantato senza pause, ebbene anche in questo caso Schulz è poeta. Più di tanti altri. […]

Non è vero che i fumetti siano un innocuo divertimento che, fatto per bambini, anche gli adulti possano apprezzare dopo pranzo, seduti in poltrona, per consumare le loro quattro evasioni senza danno e senza acquisti. L’industria della cultura di massa fabbrica i fumetti su scala internazionale e li diffonde ad ogni livello: davanti ad essi (come davanti alla canzone di consumo, al libro giallo e alla trasmissione televisiva) muore l’arte popolare, quella che sale dal basso, muoiono le tradizioni autoctone, non nascono più leggende raccontate intorno al fuoco, e i cantastorie non vengono più a mostrarvi le loro tavole narrative durante le feste sull’aia o sulla piazza. Il fumetto è commissionato dall’alto, funziona secondo tutte le meccaniche della persuasione occulta, suppone nel fruitore un atteggiamento di evasione che stimola immediatamente le velleità paternalistiche dei committenti. E gli autori per lo più si adeguano: così il fumetto, nella maggior parte dei casi, riflette l’implicita pedagogia di un sistema e funziona come rafforzamento dell’occulto dei miti e dei valori vigenti. […]

Sappiamo tutti che la figura di Paperon de’ Paperoni riassume tutti i vizi di un capitalismo generico fondato sul culto del denaro e sullo sfruttamento dei propri simili a fini esclusivi di profitto; lo stesso nome che il personaggio assume nell’originale, Uncle Scrooge (col suo richiamo al vecchio avaro del Racconto di una notte di Natale di Dickens), serve a indirizzare questa critica indiretta contro un modello di capitalismo ottocentesco (fratello dello sfruttamento dei piccoli in miniera e delle punizioni corporali nelle scuole) che ovviamente la società moderna non teme più e che chiunque può permettersi di criticare. […]

Il mondo dei “Peanuts” è un microcosmo, una piccola commedia umana sia per il lettore candido che per quello sofisticato.

Al centro sta Charlie Brown: ingenuo, testone, sempre inabile e quindi votato all’insuccesso. Bisognoso, sino alla crisi, di comunicazione e “popolarità”, e ripagato dalle bambine matriarcali e saccenti che lo attorniano col disprezzo, le allusioni alla sua testa rotonda, le accuse di stupidità, le piccole malvagità che colpiscono a fondo. Charlie Brown impavido ricerca tenerezza e affermazioni da ogni parte: nel baseball, nella costruzione di aquiloni, nei rapporti con Snoopy il suo cane, nei contatti di gioco con le ragazze. Fallisce sempre. La sua solitudine si fa abissale, il suo complesso di inferiorità pervasivo colorato dal sospetto continuo, che prende anche il lettore, che Charlie Brown non abbia alcun complesso di inferiorità, ma sia veramente inferiore. La tragedia è che Charlie Brown non è inferiore. Peggio: è assolutamente normale. È come tutti. Per questo marcia sempre sull’orlo del suicidio o quanto meno del collasso: perché cerca la salvezza secondo le formule di comodo propostegli dalla società in cui vive (l’arte di conquistare gli amici, come divenire un intrattenitore ricercato, come farsi una cultura in quattro lezioni, la ricerca della felicità, come piacere alle ragazze… a lui lo hanno rovinato, ovviamente, il dottor Kinsey, Dale Carnegie, Erich Fromm e Lyn Yutang).

Ma poiché lo fa con assoluta purezza di cuore e nessuna furbizia, la società è pronta a respingerlo nella persona di Lucy, perfida, sicura di sé, imprenditrice a profitto sicuro, pronta a smerciare una sicurezza del tutto fasulla ma di indubbio effetto (sono le sue lezioni di scienze naturali al fratellino Linus una accozzaglia di improntitudini che a Charlie Brown danno male allo stomaco, “I can’t stand it”, non posso sopportarlo, geme lo sciagurato, ma con quali armi si può arrestare la malafede impeccabile quando si ha la sciagura di essere puri di cuore?…).

Charlie Brown è stato definito “il bambino più sensitivo mai apparso in un fumetto, capace di variazioni di umore di tono Shakespeariano” (Becker) e la matita di Schulz riesce a rendere queste variazioni con una economia di mezzi che ha del miracoloso: il fumetto, sempre pressoché aulico, in una lingua da Harvard (raramente questi bambini scadono nel gergo o peccano di anacoluti) si unisce a un disegno capace di dominare, in ogni personaggio, la minima sfumatura psicologica. Così la quotidiana tragedia di Charlie Brown si graffisce ai nostri occhi con una incisività esemplare. […]

Schroeder al contrario trova la pace nella religione estetica: seduto al suo piccolo pianoforte fasullo da cui trae melodie ed accordi di complessità trascendentale, sprofondato in una sua totale adorazione per Beethoven, si salva dalle nevrosi quotidiane sublimandole in un’alta forma di follia artistica. Nemmeno l’amorosa costante ammirazione di Lucy riesce a smuoverlo (Lucy non può amare la musica, attività poco redditizia di cui non comprende la ragione, ma ammira in Schroeder un vertice irraggiungibile, forse la stimola questa adamantina ritrosia del suo Parsifal in sedicesimo e persegue con cocciutaggine la sua opera di seduzione senza neppure scalfire le difese dell’artista): Schroeder ha scelto la pace dei sensi nel delirio dell’immaginazione. “Non dica male di questo amore, Lisaweta; è buono e fecondo. Vi è dentro nostalgia e melanconia, invidia e un poco di disprezzo e una completa, casta felicità” – non è Schroeder naturalmente, è Tonio Kroeger, ma il punto è questo; e non per nulla i bambini di Schulz rappresentano un microcosmo dove la nostra tragedia e la nostra commedia è tutta rappresentata. […]

All’improvviso, in questa enciclopedia delle debolezze contemporanee, ci sono, come si è detto, schiarite luminose, variazioni disimpegnate, allegri e rondò dove tutto si pacifica in poche battute. I mostri ritornano bambini. Schulz diventa solo un poeta dell’infanzia. Noi sappiamo che non è vero e facciamo finta di credergli. Nelle sue strisce continuerà a mostrarci nel volto di Charlie Brown, con due colpi di matita, la sua versione della condizione umana”.

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